Neri, OGGI E DOMANI
C’ERA UNA VOLTA IL CINEMA; C’È ANCORA E CI SARÀ ANCHE DOMANI.
NE PARLIAMO CON QUALCUNO CHE SE NE INTENDE; QUALCUNO CHE IL GRANDE SCHERMO L’HA AMATO FIN DA GIOVANISSIMO E CHE – SOPRATTUTTO – L’HA RIEMPITO DI COLORI, DI STORIE, DI SCENE MEMORABILI:
NERI PARENTI.
C’è chi è convinto che il cinema, come il calcio, si “giochi” in serie A, in serie B e anche in serie C. Insomma c’è il cinema di qualità e quello casareccio (peggio: “pecoreccio”), volgarotto, con poche velleità artistiche, buono solo per il botteghino. C’erano una volta, nel XX secolo, Fellini, Rossellini, Vittorio De Sica, Comencini… Poi arrivarono gli Anni 80. Arrivarono le Vacanze di Natale della “ditta Vanzina” (Enrico e Carlo, figli di Steno, ennesimo mostro sacro del cinema del tempo che fu) e tante altre pellicole capaci di farci ridere sguaiatamente; sguaiatamente, ma di cuore. Ridere, sognare e commuoversi; ridere di noi, perché quel cinema era capace di mostrarci quanto eravamo (e siamo) ridicoli con le nostre fissazioni, i nostri tic, le nostre paure di italiani medi e talvolta mediocri. Italiani non molto cambiati dai tempi di Dino Risi o da quelli di Monicelli e del suo “Borghese piccolo piccolo”.
Sì, siamo ancora “piccoli piccoli” anche se ci crediamo cresciuti. Siamo ancora noi. E ci sediamo – ancora – in sala, attendendo che le luci si spengano per poterci di nuovo guardare allo specchio. Altro che serie A e serie B; altro che “cinepanettoni”: al cinema, se si mangia, sono solo gelati e pop-corn; al cinema, oggi come ieri, si piange e si ride di noi stessi ed è questa, da sempre, la “mission” della settima arte. Il cinema: c’è chi lo guarda e chi lo fa. Neri Parenti ne ha fatto tanto: 51 pellicole all’attivo, finora. Laureato in Scienze Politiche, figlio del Magnifico Rettore dell’Università di Firenze, non ha avuto – in casa – molti tifosi quando ha iniziato ad interessarsi del grande schermo. “Inizialmente volevo fare il critico cinematografico – racconta –. Andai a Roma a seguire un corso di giornalismo della Rai di otto mesi. Mi mandarono a fare un servizio sul film “Addio Fratello Crudele” di Patroni Griffi e lì, definitivamente, mi innamorai del cinema. Un cinema diverso dal mio, certo, ma il cinema è cinema, punto”.
Quanta gavetta?
“Tanta, come accade a tutti. Iniziai come sceneggiatore, ero (sono) bravo a scrivere, volevo soprattutto scrivere sceneggiature. Feci comunque l’assistente alla regia in decine di film. Nel frattempo conobbi Pasquale Festa Campanile che provava per me stima e simpatia e che, durante i miei “momenti no”, mi fu di grande aiuto”.
I momenti “no”. Quelli nei quali si vorrebbe mollare tutto, cambiare mestiere, fuggire il più lontano possibile… È capitato anche a lei?
“Mi è capitato, sì. Dopo il mio primo film da regista (John Travolto… da un insolito destino, 1979; nel cast c’era anche Ilona Staller, Ndr), un “comicarello” di scarse pretese, insomma un brutto film, mi dissi: e ora? Torno indietro? Mi rimetto a fare l’aiuto regista? Mia moglie lavorava e io niente… Rialzai la testa grazie a Festa Campanile che mi rimise a scrivere sceneggiature. Più tardi, quando è morto, ho scoperto che quelle sceneggiature non le lesse mai: me le commissionò per farmi lavorare; per aiutarmi. Non finirò mai di ringraziarlo”.
Momenti così si affrontano con la perseveranza, con il coraggio, con l’impegno che non conosce soste e anche con un po’ di fortuna. Quanto conta, per lei, la fortuna?
“La fortuna è importante, non c’è dubbio. Non la devi aspettare senza far niente, quello no. Comunque sai che c’è e che, quando meno te lo aspetti, potrebbe decidere di tenderti la mano. Per me è stato così quando ho incontrato Paolo Villaggio; in realtà ci conoscevamo già, visto che avevo lavorato come “aiuto” in numerosi film da lui interpretati. Già, forse non tutti sanno che Neri Parenti ha diretto tutte le pellicole di Fantozzi ad eccezione delle prime due (firmate da Luciano Salce).
“Con Villaggio – sorride Neri – passai alla serie A…!”.
Ma lui sa bene (lo sappiamo anche noi) che in sala non ci sono serie A e serie B: in sala c’è il cinema, punto. C’è quello incensato dai critici e quello che fa arricciare il naso ma che – talvolta – gonfia all’inverosimile i botteghini.
Come ha gestito le critiche, anche impietose, nei confronti dei suoi lavori?
“La critica fa bene; la critica è costruttiva, si dice. Nel cinema la critica sa anche essere feroce, esageratamente feroce. Ma il botteghino non sa leggere: ci sono tanti film che hanno registrato incassi stellari pur se stroncati dai critici; è successo, succede e succederà ancora. È successo anche con le mie pellicole. Per questo mi sono dato una regola: le critiche si leggono e si lasciano… scivolare”.
Tutti parlano di crisi: l’economia non si muove, del doman non v’è certezza…. Tutti ne parlano e qualcuno, con la crisi, campa egregiamente visto che è un’ottima scusa per non pagare, per non rispettare impegni, per piagnucolare. Perché, diciamolo, chi si rimbocca le maniche una via d’uscita la trova. È stato così, per esempio, quando giravate “Natale a New York”: settembre 2001, le Twin Towers vennero giù ma voi riusciste comunque ad utilizzare il “girato” reinventando di sana pianta la storia; e il titolo… “La crisi nel cinema c’è stata, eccome. Ho visto – abbiamo visto– le sale vuote e quelle che si “spegnevano” per sempre. Oggi c’è il Web, ci sono le “piattaforme” (Netflix & Co.) ma una volta, se le sale non si riempivano, erano guai seri. Paradossalmente con la pandemia il lavoro è addirittura aumentato; grazie alle piattaforme di cui sopra, unico sfogo concesso ai milioni di uomini e donne condannati, per mesi e mesi, agli arresti domiciliari. A proposito di quel famigerato settembre: quando vedemmo le Torri venire giù decidemmo di sostituire New York con Amsterdam, dato che avevamo bisogno di una città cosmopolita. Rimontammo un po’ tutto, togliemmo le bandiere americane… Riuscimmo a “chiudere” il film (titolo: Merry Christmas) anche grazie ad una buona dose di cinismo, lo ammetto”.
C’è un genere di cinema che non ha fatto e che le piacerebbe fare?
“il cinema d’avventura. Pensiamo al Corsaro Nero, i Tre moschettieri e a tutti i titoli del genere degli Anni 50 e 60. Oggi non si fanno più, non “tirano” più; forse anche perché noi non abbiamo un Harrison Ford, non abbiamo attori che si possano “vendere” anche oltreoceano. In fondo Indiana Jones era proprio questo: avventura, adrenalina ma anche ironia, burla, presa in giro. Una miscela perfetta, che ho provato a ricreare con il mio “Natale sul Nilo””.
L’avventura – oops, l’intervista – finisce qui. Salutiamo e ringraziamo Neri ma restiamo seduti in sala, con le luci spente. Perché? Perché il cinema, dopo oltre 125 anni, è ancora tra noi.
Lo spettacolo continua.